C’è un momento, dopo Natale, in cui tutto si fa più silenzioso.
Le luci restano accese, ma non abbagliano più.
Le tavole si svuotano.
Le voci si abbassano.
È un tempo fragile, quello che va dal Natale alla fine dell’anno.
Un tempo che non celebra, ma custodisce.
Ed è proprio per questo che questa nostra Sirena di dicembre nasce dopo il 24.
Quando la festa è passata e resta ciò che è vero.
La Sirena di questo mese non è una donna famosa.
È Maria.
Non la statua, non l’icona dorata.
Ma la donna dell’attesa.
Maria, dopo la nascita, non è subito gioia piena.
È stanchezza.
È stupore.
È silenzio.
È il cuore che prova a capire cosa è appena successo.
Spesso la raccontiamo solo nel momento perfetto del Natale.
Ma la verità è che la maternità – come ogni amore profondo – attraversa tante tappe. Oggi vogliamo celebrare il dopo.
Dopo l’annuncio.
Dopo l’evento.
Dopo lo sguardo degli altri.
Maria resta.
Custodisce.
Tiene tra le braccia qualcosa di immenso senza sapere come proteggerlo dal mondo.
E continua ad aspettare.
Perché anche dopo la nascita, l’attesa non finisce mai.
Questo dicembre parla a tutte le donne che vivono un tempo simile.
A chi è madre e scopre che l’amore non è solo gioia, ma anche paura.
A chi non lo è ancora e sente dentro un desiderio che chiede spazio e pazienza.
A chi ha atteso a lungo, a chi attende ancora, a chi ha imparato che alcune cose non arrivano quando il calendario lo decide.
Essere madre non è solo generare.
È abitare l’attesa.
È non forzare.
È fidarsi del tempo anche quando fa male.
È continuare ad amare senza prove, senza garanzie.
Maria ci insegna questo:
che l’attesa non è vuoto.
È presenza silenziosa.
È un amore che cresce nell’ombra.
È una luce che non fa rumore.
Per questo questa Sirena non nasce il 24 dicembre, ma dopo.
Quando il mondo ha smesso di chiedere felicità obbligatoria.
Quando possiamo permetterci di essere sincere.
Quando possiamo dire che l’amore, quello vero, ha bisogno di tempo.
A tutte le donne che stanno vivendo un “dopo”, che questo dicembre vi sia lieve.
E che l’attesa, qualunque forma abbia, sia riconosciuta come ciò che è: un atto profondo d’amore.
Con gratitudine,
Silvia








