Le sirene di ottobre: Estée Lauder ed Evelyn Lauder

Ottobre si tinge di rosa.
È il mese in cui, in tutto il mondo, si accendono luci, si indossano nastri rosa e si torna a parlare di prevenzione, ricerca e tumore al seno.
Ma dietro quel colore c’è molto più di un simbolo.
Ci sono donne, famiglie, storie che cambiano improvvisamente direzione. Ci sono diagnosi che fanno paura, attese che sembrano interminabili, cure difficili e giornate in cui trovare la forza di andare avanti può diventare una conquista.
E ci sono anche donne che, partendo dalla propria storia o da quella di una persona amata, decidono di fare qualcosa perché altre donne non si sentano sole.

Per questo, la Sirena di ottobre è legata a una storia che unisce due donne, un grande marchio e una battaglia che riguarda tutti noi: quella di Estée Lauder ed Evelyn Lauder.
Estée Lauder, nata Josephine Esther Mentzer nel 1908 a New York, è stata una delle imprenditrici più influenti del mondo della bellezza. Ha costruito un impero partendo dalla passione per la cura della pelle, dalla capacità di ascoltare le donne e dalla convinzione che un’idea, se coltivata con determinazione, possa trasformarsi in qualcosa di straordinario.
Non è stata soltanto la fondatrice di un marchio cosmetico. È stata una donna capace di immaginare nuove possibilità in un settore in continua evoluzione, di comprendere i desideri delle persone e di trasformare la propria visione in un’impresa internazionale.

Ma è attraverso Evelyn Lauder, sua nuora, che questa storia incontra una delle battaglie più importanti per la salute femminile.
Evelyn entrò nella vita della famiglia Lauder e contribuì per decenni alla crescita dell’azienda. Era una donna intelligente, determinata, attenta al mondo che la circondava.
Poi arrivò la diagnosi di tumore al seno.
Una parola che può cambiare tutto.
Una parola che porta con sé paura, domande, incertezza e la necessità di affrontare una realtà che nessuna donna dovrebbe essere costretta a vivere senza sostegno.

Evelyn, però, non lasciò che quella diagnosi definisse tutta la sua storia.
Scelse di trasformare la propria esperienza in un impegno concreto, per dare visibilità a una malattia di cui, all’epoca, si parlava ancora troppo poco.

Nel 1992, insieme ad Alexandra Penney, allora direttrice della rivista SELF, contribuì a creare il Nastro Rosa, destinato a diventare uno dei simboli internazionali della sensibilizzazione sul tumore al seno.
L’anno successivo fondò la Breast Cancer Research Foundation, con l’obiettivo di sostenere la ricerca scientifica.
Da quel momento, il rosa non fu più soltanto un colore associato alla femminilità.
Diventò un messaggio.
Un modo per dire: parliamone.
Informiamoci.
Sosteniamo la ricerca.
Non distogliamo lo sguardo.
E soprattutto, non lasciamo sole le donne che stanno affrontando questa malattia.

Quello che mi colpisce di Evelyn è proprio questo: la capacità di trasformare una ferita personale in un impegno che potesse raggiungere milioni di persone.
Non significa che la paura scompaia, né che si debba essere sempre forti. Significa trovare, anche dentro una situazione difficile, un modo per dare valore alla propria voce e alla propria esperienza.
E credo che questa sia una forma di coraggio profondamente femminile, ma soprattutto profondamente umana.

Ottobre ci invita a parlare di prevenzione, ma vorrei che non fosse soltanto un mese di nastri rosa e campagne di sensibilizzazione.
Vorrei che fosse un’occasione per ricordarci che la salute non può essere rimandata all’infinito.
Quante volte ci occupiamo di tutto e di tutti, mettendo noi stesse all’ultimo posto?
Pensiamo alla famiglia, al lavoro, ai figli, alle persone che amiamo. Organizziamo le giornate, risolviamo problemi, cerchiamo di essere presenti per chi ha bisogno di noi.
E intanto, a volte, rimandiamo una visita, un controllo, una domanda da fare al medico.
Non perché non ci importi della nostra salute, ma perché siamo abituate a pensare che ci sarà sempre un momento migliore.

La storia di Evelyn ci ricorda quanto sia importante parlare apertamente di salute, informarsi e seguire i percorsi di prevenzione e diagnosi precoce indicati dai professionisti sanitari, in base alla propria età e alla propria situazione personale.
La prevenzione non elimina ogni rischio e non può promettere che andrà sempre tutto bene. Ma informazione, controlli appropriati e ricerca scientifica sono strumenti fondamentali per migliorare le possibilità di diagnosi e di cura.

Prendersi cura di sé significa anche questo.
E qui, per me, la storia torna inevitabilmente al mondo della bellezza.
Perché lavoro ogni giorno a contatto con donne che desiderano sentirsi meglio nel proprio corpo. Donne diverse, con età, esperienze, desideri e fragilità differenti.
Nel nostro lavoro parliamo di pelle, di trattamenti, di cambiamenti, di autostima. Ci prendiamo cura dell’aspetto esteriore, ma sappiamo che dietro ogni corpo c’è una persona, con una storia che non sempre conosciamo.
E vorrei che ricordassimo sempre una cosa: la bellezza non è una misura del valore di una donna.
Una donna non perde la propria femminilità quando il suo corpo cambia. Non la perde quando affronta una malattia, quando porta i segni di un intervento, quando i capelli cadono o quando lo specchio restituisce un’immagine diversa da quella a cui era abituata.
Il suo valore non dipende dalla pelle, dalle forme o dalla perfezione che il mondo le chiede di inseguire.

In certi momenti, prendersi cura di sé significa cercare un trattamento estetico e concedersi un’ora di benessere.
In altri, significa chiedere aiuto, affrontare una visita che ci spaventa, accettare il sostegno di chi ci vuole bene o trovare il coraggio di parlare di quello che stiamo vivendo.

Sono gesti diversi, ma hanno qualcosa in comune: ci ricordano che meritiamo attenzione.
Non soltanto quando siamo belle, sorridenti e in forma.
Anche quando siamo fragili.
Anche quando abbiamo paura.
Anche quando abbiamo bisogno che qualcuno si prenda cura di noi.

Ecco perché, questo ottobre, voglio dedicare la nostra Sirena a Estée Lauder, per la sua capacità di costruire un’impresa partendo da una visione, e soprattutto a Evelyn Lauder, che ha trasformato una battaglia personale in un movimento internazionale di sensibilizzazione e sostegno alla ricerca.

La loro storia ci insegna che la bellezza può diventare molto più di un prodotto, di un’immagine o di un gesto davanti allo specchio.
Può diventare responsabilità.
Può diventare solidarietà.
Può diventare ricerca.
Può diventare speranza.

Il Nastro Rosa non è una promessa che tutto andrà bene. È un invito a non ignorare, a non tacere, a non sentirsi sole.
E se c’è un messaggio che vorrei lasciarvi questo mese, è proprio questo.
Non aspettate un mese speciale per prendervi cura della vostra salute. Non rimandate per paura di quello che potreste scoprire. Parlatene con il vostro medico, informatevi sui controlli adatti a voi e ricordate che chiedere aiuto è un gesto di forza, non di debolezza.

E se conoscete una donna che sta affrontando una malattia, non cercate necessariamente le parole perfette. A volte basta esserci, ascoltare, accompagnare, senza pretendere che sia sempre coraggiosa.
Perché dietro ogni nastro rosa c’è una storia.
E ogni storia merita di essere ascoltata.

Questo ottobre, più che celebrare la bellezza, voglio celebrare la vita, la ricerca, la prevenzione e tutte le donne che ogni giorno affrontano la propria battaglia.

Con amore,
Silvia